Alcuni mesi orsono, pur non essendo di primo pelo nel violento mondo del calcio (ho la stessa faccia di 19 anni fa solo perché, fra migliaia di teste uscenti dalla tribuna di San Siro, il lavandino scagliato dalla curva napoletana scelse quella d’una ragazza che camminava dieci metri avanti a me) rimasi piuttosto basito dinanzi al racconto d’un conoscente: tifoso juventino sfegatato, aveva deciso di partecipare ad una gita organizzata dallo Juve Club del proprio paesino alla volta di Pinzolo, splendida località trentina allora sede del ritiro estivo bianconero (quest’anno c’è l’Inter di Gasperini). Già scioccato dal fatto che 50 persone potessero decidere in piena estate di fottersi la domenica di lago, mare o beato relax sull’amaca del proprio giardino per intrupparsi in 8 ore di torpedone, fatica e calura al solo scopo d’assistere ad un allenamento (ad una finale di Coppa o un match di playoff perdono anche 30 ore d’aereo ma non assisterei ad un’amichevole nemmeno se disputata nel mio cortile. Non a caso un vecchio detto livornese elenca il “Giocar a carte di niente” fra le tre cose più noiose al mondo), lo esortai a proseguire il racconto. S'era portato dietro il figlio di 7 anni, giudicando più morbido e plausibile un avvicinamento al calcio in quella sede da cartolina piuttosto che nella bolgia d’un match a Torino. Invece sotto le Dolomiti c’erano anche loro, gli ultras: lancio di fumogeni, cori cattivi, qualche passaggio alle vie di fatto con chi ostruiva la visuale, si metteva di traverso fra giocatori e capicurva o invitava a lasciar tranquilla la gente che sarebbe tornata al lavoro l’indomani mattina e voleva solo veder da vicino Del Piero o Buffon. Un pomeriggio d’ordinario spavento ed inciviltà, naturalmente a costi da weekend in Liguria: fra pullman, ingressi, souvenirs e companatico alla domenica sera partiti almeno 200 euro. “Mio figlio? Terrorizzato, non ha aperto bocca per tutto il viaggio di ritorno; a volte provo a chiedergli se gli va d’andar a veder la Juve , risponde sempre di no”. Un bambino salvato dal calcio, verrebbe da dire volendo veder il bicchiere mezzo pieno. Bardonecchia, 15 luglio 2011. Scontri fra frazioni ultrà juventine,fumogeni, mazze e feriti. Bilancio, un accoltellato. Quanti bambini hanno avuto la fortuna di esserci oggi, regalando a sé ed alla propria famiglia la gioia d’un no allo stadio domani?
L'arguta e dissacrante penna di JP Bonomi al seguito del Novara, dalla Lega Pro alla Serie A, e non solo. Qualche raffinata esegesi del fùtbol moderno e tanta nostalgia per quello antico....
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venerdì 15 luglio 2011
giovedì 14 luglio 2011
Il presidente de L'Espresso Football Club
Con i 560 milioni di euro del Berlusca, De Benedetti potrebbe permettersi una discreta campagna acquisti, inclusi gl' ingaggi e qualche cena da Giannino con famelici procuratori e veline da calciatore. Formazione tipo: DE GEA; MARCELO, VIDIC, SERGIO RAMOS, DANI ALVES; C.RONALDO, FABREGAS, XAVI, OZIL; MESSI, ROONEY. Squadrina, da far venire al Cavaliere (a mezzo manita al Milan) più bruciori di stomaco in novanta minuti che negli ultimi, arsenici, 20 anni di Repubblica. Allenatore Renzo Ulivieri, DS Eugenio Scalfari: se Mino Raiola e Paco Casal metton nel sacco anche lui, par condicio totale e palla al centro.
mercoledì 13 luglio 2011
IL GRAN RIFIUTO
Marcelo “El Loco” Bielsa al primo giorno di lavoro da allenatore dell’Athletic Bilbao, 26 giorni dopo il gran rifiuto: correva metà giugno quando l’ex CT del Cile disse no a Moratti. Nella scelta di campo qualcuno potrebbe individuare la definitiva consacrazione del soprannome del tecnico di Rosario: per preferir San Mames a San Siro, loco devi esserlo davvero. Trattasi però anche dell’ennesimo rifiuto al pallone italico degli ultimi tempi, da non prender sottogamba. Bielsa ha preferito una grande del calcio iberico in decadenza (insieme a Real e Barça, l’Athletic non è mai sceso in Segunda ma non termina un campionato di Liga fra le prime tre dal 1998; vanta 23 Copas del Rey ed 8 campionati vinti, ma l’ultimo risale al 1984 mente l’ultimo trionfo “copero” è datato addirittura 1973) ad una squadra ricca, dalla rosa stellare, campione del mondo in carica ed iscritta alla prossima Champions League. Il tutto per tacer d’ingaggio ed eco mediatico. Ha detto no all’Inter in quanto tale o al futbol italiano, sempre più lontano da Spagna ed Inghilterra nel gradimento degli addetti ai lavori? Prima di lui avevan fatto gravitar lontano dal Bel Paese i propri petroldollari gli sceicchi: lo sconosciuto e proletario Getafe (banlieue operaia di Madrid, in Liga solo dal 2004) anziché il leggendario e nobilissimo Toro, il travagliato e mai glorioso (due settimi posti il miglior risultato di sempre) Malaga anziché Roma o Bologna, quasi 10 scudetti in due. Anche fra i calciatori, la Spagna va di moda: i grandi colpi del calcio nostrano escon dalla porta di servizio della Liga. Robinho, Ibra, Eto’o, Cassano, Sneijder: grandi campioni misteriosamente spediti in Italia come seconda scelta, merce in esubero da piazzare al discount. Attenzione, non è tutt’oro ciò che luccica: a sud dei Pirenei parecchi clubs han salvato la ghirba ricorrendo alla “ley concorsal”, versione iberica del Lodo Petrucci che permette di dilazionare i debiti evitando anche la retrocessione. Chi non poteva farlo –oltre la segunda non è ammesso avvalersene- è sparita dal panorama calcistico spagnolo. Insomma, tutto il mondo è paese, la vita è un eterno bivio e per uno che parte c'è sempre un altro che arriva. Gasp!
lunedì 11 luglio 2011
AMERIKA PERDIDA
In attesa che fra un paio d’ore si sanciscan i destini dell’Argentina, la Copa America piange. Lacrimano i bimbi prodigio da decine di milioni di euro trasformati in bidoni ancor prima d’approdare in Europa (Ganso e Neymar), sgorgano lacrime dagli occhi di Leo Messi che –parole di papà Jorge- “in carriera ancora non aveva mai assaggiato l’uscir dal campo fra i fischi e c’è rimasto davvero male”. Che dirti, pulguita? A 24 anni è un’esperienza che –per quanto amara e forse inadatta all’agiografia che ti spetta- prima o poi doveva pur capitarti, come prender il due di picche, far cilecca a letto, cader in moto o non regger qualche bicchiere con gli amici. Certo, dirai tu, hai voglia prima che potesse accader al Camp Nou! Capace che tiravo sino a 30 anni (perché oltre non gioco,sia chiaro, avendo iniziato a 16!) senza saper che rumore producessero le dita fra i denti di chi sta sugli spalti e ti è parecchio incazzato. Adesso bisogna batter il Costarica e gli uomini (il Checho Batista avrà tanti difetti ma almeno non ha reclutato all’asilo come Menezes, lasciando Lamela libero d’andare a spasso per Roma) in albiceleste che la faranno, grazie a qualche variante tattica (ha ragione Stefano Borghi che in una mail a Federico Buffa sentenziava “all’Argentina puoi toglier tutto, tranne la parrilla ed un centravanti vero”: a bucare i ticos dovebbe pensarci El Pipita Higuain) ed alle spalle al muro che sapran risvegliare la forza della disperazione. In attesa che reagiscano all'onta i 9 titoli mondiali di Brasile, Argentina ed Uruguay, gioiscono i poveri; già qualificate Perù (da decenni peggior squadra del continente e gambizzata alla vigilia del proprio miglior giocatore, Claudio Pizarro) e Venezuela, storicamente l’ultima ruota del carro a sud di Panama: i vinotintos sono l’unica nazionale sudamericana a non essersi mai qualificati ai Mondiali ed avevano superato la prima fase di Copa America solo nell’edizione disputata in casa. Aria nuova sotto i cieli del Sud del mondo? Vedremo, di certo il Cile dei miracoli potrebbe approfitar del vuoto di potere per far parlar di sè ed i paraguagi han solidità da vendere. Interessante fra quelli calati da Asuncion El Chelo Estigarribia, acquisto del Le Mans momentaneamente in prestito al Newells in attesa di sviluppi. Nel frattempo, voto 6 a Sky: media aritmetica fra l’8 del farci assistere alla Copa con audio originale e pregiati camei prepartita di Buffa, Margiotta e Costacurta ed il 4 che non ci si può esimere dall’assegnare alla stucchevole trasmissione pomeridiana di Cattelan ed al commentatore che per due partite della Colombia s’è intestardito a sbagliar la pronuncia d’un centrocampista cafetero. Non è pignoleria e nemmeno il fatto che il nostro sia omonimo dell’autore del bestseller “Senza tette non c’è paradiso”. E’ il cognome ad esser talmente celebre da imporre a chicchessia la giusta posizione dell’accento: Bolìvar.
sabato 9 luglio 2011
Calciomercato Volume II - Obiettivo italiano
Franco Ceravolo ospite in studio a Sportitalia racconta il proprio mancato approdo a Palermo. "Ho parlato con Zamparini come due persone civili ma poi hanno scelto Sogliano, che gli faccio tanti auguri".
venerdì 8 luglio 2011
Il centrocampo è una terra straniera
Erano 66 nel 1995, sono giunti ad oltrepassare la soglia del migliaio (1032, per l’esattezza) nella stagione 2010/2011. Sono i calciatori stranieri ingaggiati dalle società italiane delle tre leghe professionistiche. Tacendo dei benefici tecnici ed economici che un calciatore straniero possa o non possa apportare agli avveduti o sprovveduti, gastoni o paperini (c’è chi pesca Pastore e chi Gaucho Toffoli) datori di lavoro della nostra penisola, l’incremento raccontato in settimana da Gasport non è altro che fedele specchio d’un valicar di frontiere in crescita esponenziale anche fuori dal rettangolo verde: 920.000 gli stranieri presenti in Italia secondo Caritas nel 1996 a fronte dei quasi 5 milioni stimati (per difetto) a gennaio 2011. Per un Felipe Melo che incassa e se la spassa, tanti poveri Josè ed Abdul che fatican ad arrivare a fine mese: a fine carriera (a San Siro o in catena di montaggio) torneran tutti a casa propria, ciascuno col proprio gruzzolo da metter a profitto o far durare sino alla morte. Ma se per strada lo straniero preoccupa, disturba ed inquieta, in campo e col pallone fra i piedi piace. Irresistibile la voglia d’esotici cognomi ed errori di pronuncia del calcio nostrano: nemmeno l’ultimo (ed unico) baluardo dell’italianità –la maglia azzurra- ha resistito alla tentazione d’aderire al petto venuto da lontano. Archiaviato Camoranesi –campione del mondo comprato alla causa ed al silenzio (“sono argentino, mi sento argentino, tifo Argentina, canto l’inno del mio paese,poi se volete visto che là non mi convocano con l'Italia gioco anche...”, dichiarò prima d’esser messo in silenzio stampa da una cospicua sponsorizzazione)-ecco Amauri e Thiago Motta. Sì’, perché il serbatoio dell’importazione è proprio il Sudamerica, dove ancora si gioca a pallone per strada come avveniva a Codogno o Marsala prima che nel Bel Paese sbarcassero il benessere, la Playstation ed i SUV. La vendita di calciatori è ormai (stima d’un economista statunitense) una delle più floride voci d’entrata di Brasile ed Argentina: il giovane talento assume rilevanza economica simile a quella d’un progetto industriale, vengono creati società e fondi d’investimento ad hoc per detenere frazioni del suo cartellino e venderlo ai gringos solo quando il board (spesso e volentieri una sorta di CDA composto dal manager scopritore, il babbo del ragazzo e qualche vecchia volpe latina dell’intermediazione) ritiene d’aver la pancia piena.
Il calcio europeo è per il Sudamerica ciò che Giappone, Russia o paesi del Golfo Persico rappresentano per stilisti ed artigiani Italiani: laggiù non possono raggiunger il nostro livello d’innovazione, di know-how, di design, di talento per il bello. Perciò le nostre firme vanno forte, permettendosi prezzi (e ricarichi) impensabili sul mercato domestico. Insomma, se Prada o Bisazza preferiscono inaugurar showrooms a Tokyo, Dubai e Mosca piuttosto che a Campobasso, Prato o Pordenone, così Paco Casal e Marcelo Simonian trasvolan l’oceano col sorriso fra i denti per venir a presentar il prodotto. Abituati al tocco ruvido ed al ciondolare agonistico ma poco romantico dei Gattuso, dei Donadel, degli Antonini, anche l'ultimo dei brasiliani o un uruguagio discreto ci sembreran la borsetta di Gucci in vetrina a Ginza,Tverskaya o Fifth Avenue: da comprare, a qualsiasi costo.
Chi fra i presidenti di casa nostra vuol risparmiare o si sente pioniere, prova anche a pescar roba dove la vita ha meno alegria e di saudade neanche l’ombra del rischio; ecco allora islandesi, giapponesi, lituani, algerini, persino un suddito del Liechtenstein (Mario Frick) e due libici: Muntasser nella Triestina ed il rampollo di Gheddafi ad Udine e Perugia, dove lasciò un fugace ma dorato ricordo nel cuore e nel portafogli d’un paio d’albergatori.
martedì 5 luglio 2011
LO SCEICCO NEL PALLONE
Mohamed al Maktoum (Sheikh Mo per i foreigners impiegati a Dubai a 20000 dollari al mese, una scarsa conoscenza dell’inverno e nessun sentore della crisi) sinora ha dedicato i propri faraonici investimenti solo ai cavalli. Il giorno in cui deciderà di muover passo (e bonifici) nel mondo del calcio, milioni di piccoli clubs o nobili decadute del grande football potranno sognare rivincite e piccole rivoluzioni. Follow the money oppure money makes the world go round: il modo di dire sceglietelo voi, ma che il pallone rotoli dove cade il dollaro è tutto sommato pacifico ed ormai persino lapalissiano. Abdullah Bin Nasser e Tamim Bin Hamad hanno lo stesso cognome, al Thani, e siedono su una comune montagna di denaro sotto forma di gas liquefatto chiamata Qatar: il primo s’è preso il Malaga, il secondo il PSG. Quanto ci vorrà perché l’una o l’altra prendano a ceffoni il gotha (povero?) del calcio europeo: Ajax, Feyenoord, Anderlecht, Stella Rossa, Olympique Marsiglia, Psv Eindhoven, Lazio, Athletic Bilbao, Lione e tante altre “come eravamo” potran esibire lucenti bacheche trasudanti storia prima d’arrendersi al petroldollaro. Prima al calciomercato, poi in campo. La ricca Inter di Moratti (oh, ma allora c’è qualcuno più ricco di Creso!) ha assaggiato l’amaro del Qatar vedendosi scippar Leonardo, il Malaga dopo un avvio di shopping più che discreto per chi sinora vagava fra Liga e segunda (il vecchio Van Nistelrooy, Nacho Monreal , Diego Buonanotte, Mathijsen, Toulalan, Joaquin) adesso fa spalla a spalla con Chelsea e Milan per “el flaco” Pastore. Biglietto d'ingresso 50 testoni, dice Zamparini. Tacendo del Man City -su cui i giornali han già riversato danubi d’inchiostro- ed in attesa che anche il Getafe dubaiano (dovendo sceglier fra la banlieue di Madrid e la quarta città d’Italia, fra la casacca più gloriosa del mondo ed un club senza passato né storia, quelli di Emirates han virato lontano da Cairo e dall’Italia: ad un paese meno assuefatto alla legge del piano inclinato questo darebbe da pensare ) muova passi degni del petrolio che rappresenta, il carburante del calcio che verrà sembra essere il petrolio.
L’apripista Gheddafi, azionista Juve da decenni , si morde le mani. Marotta e Paratici anche: senza i balordi di Bengasi o le bombe di Sarkozy, il Kun Aguero, Alexis Sanchez, Ratoncito Zarate, Mimmo Criscito, El Apache Tevez, Marek Hamsik e Mirko Vucinic sarebbero già a Vinovo.
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