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sabato 9 luglio 2011

Calciomercato Volume II - Obiettivo italiano

Franco Ceravolo ospite in studio a Sportitalia racconta il proprio mancato approdo a Palermo. "Ho parlato con Zamparini come due persone civili ma poi hanno scelto Sogliano, che gli faccio tanti auguri".

venerdì 8 luglio 2011

Il centrocampo è una terra straniera

Erano 66 nel 1995, sono giunti ad oltrepassare la soglia del migliaio (1032, per l’esattezza) nella stagione 2010/2011. Sono i calciatori stranieri ingaggiati dalle società italiane delle tre leghe professionistiche. Tacendo dei benefici tecnici ed economici che un calciatore straniero possa o non possa apportare agli avveduti o sprovveduti, gastoni o paperini (c’è chi pesca Pastore e chi Gaucho Toffoli) datori di lavoro della nostra penisola, l’incremento raccontato in settimana da Gasport non è altro che fedele specchio d’un valicar di frontiere in crescita esponenziale anche fuori dal rettangolo verde: 920.000 gli stranieri presenti in Italia secondo Caritas nel 1996 a fronte dei quasi 5 milioni stimati (per difetto) a gennaio 2011. Per un Felipe Melo che incassa e se la spassa, tanti poveri Josè ed Abdul che fatican ad arrivare a fine mese: a fine carriera (a San Siro o in catena di montaggio) torneran tutti a casa propria, ciascuno col proprio gruzzolo da metter a profitto o far durare sino alla morte. Ma se per strada lo straniero preoccupa, disturba ed inquieta, in campo e col pallone fra i piedi piace. Irresistibile la voglia d’esotici cognomi ed errori di pronuncia del calcio nostrano: nemmeno l’ultimo (ed unico) baluardo dell’italianità –la maglia azzurra- ha resistito alla tentazione d’aderire al petto venuto da lontano. Archiaviato Camoranesi –campione del mondo comprato alla causa ed al silenzio (“sono argentino, mi sento argentino, tifo Argentina, canto l’inno del mio paese,poi se volete visto che là non mi convocano con l'Italia gioco anche...”, dichiarò prima d’esser messo in silenzio stampa da una cospicua sponsorizzazione)-ecco Amauri e Thiago Motta. Sì’, perché il serbatoio dell’importazione è proprio il Sudamerica, dove ancora si gioca a pallone per strada come avveniva a Codogno o Marsala prima che nel Bel Paese sbarcassero il benessere, la Playstation ed i SUV. La vendita di calciatori è ormai (stima d’un economista statunitense) una delle più floride voci d’entrata di Brasile ed Argentina: il giovane talento assume rilevanza economica simile a quella d’un progetto industriale, vengono creati società e fondi d’investimento ad hoc per detenere frazioni del suo cartellino e venderlo ai gringos solo quando il board (spesso e volentieri una sorta di CDA composto dal manager scopritore, il babbo del ragazzo e qualche vecchia volpe latina dell’intermediazione) ritiene d’aver la pancia piena.
Il calcio europeo è per il Sudamerica ciò che Giappone, Russia o paesi del Golfo Persico rappresentano per stilisti ed artigiani Italiani: laggiù non possono raggiunger il nostro livello d’innovazione, di know-how, di design, di talento per il bello. Perciò le nostre firme vanno forte, permettendosi prezzi (e ricarichi) impensabili sul mercato domestico. Insomma, se Prada o Bisazza preferiscono inaugurar showrooms a Tokyo, Dubai e Mosca piuttosto che a Campobasso, Prato o Pordenone, così Paco Casal e Marcelo Simonian trasvolan l’oceano col sorriso fra i denti per venir a presentar il prodotto. Abituati al tocco ruvido ed al ciondolare agonistico ma poco romantico dei Gattuso, dei Donadel, degli Antonini, anche l'ultimo dei brasiliani o un uruguagio discreto ci sembreran la borsetta di Gucci in vetrina a Ginza,Tverskaya o Fifth Avenue: da comprare, a qualsiasi costo.
Chi fra i presidenti di casa nostra vuol  risparmiare o si sente pioniere, prova anche a pescar roba dove la vita ha meno alegria e di saudade neanche l’ombra del rischio; ecco allora islandesi, giapponesi, lituani, algerini, persino un suddito del Liechtenstein (Mario Frick) e due libici: Muntasser nella Triestina ed il rampollo di Gheddafi ad Udine e Perugia, dove lasciò un fugace ma dorato ricordo nel cuore e nel portafogli d’un paio d’albergatori.

martedì 5 luglio 2011

LO SCEICCO NEL PALLONE

Mohamed al Maktoum (Sheikh Mo per i foreigners impiegati a Dubai a 20000 dollari al mese, una scarsa conoscenza dell’inverno e nessun sentore della crisi) sinora ha dedicato i propri faraonici investimenti solo ai cavalli. Il giorno in cui deciderà di muover passo (e bonifici) nel mondo del calcio, milioni di piccoli clubs o nobili decadute del grande football potranno sognare rivincite e piccole rivoluzioni. Follow the money oppure money makes the world go round: il modo di dire sceglietelo voi, ma che il pallone rotoli dove cade il dollaro è tutto sommato pacifico ed ormai persino lapalissiano. Abdullah Bin Nasser e Tamim Bin Hamad hanno lo stesso cognome, al Thani, e siedono su una comune montagna di denaro sotto forma di gas liquefatto chiamata Qatar: il primo s’è preso il Malaga, il secondo il PSG. Quanto ci vorrà perché l’una o l’altra prendano a ceffoni il gotha (povero?) del calcio europeo:  Ajax, Feyenoord, Anderlecht, Stella Rossa, Olympique Marsiglia, Psv Eindhoven, Lazio, Athletic Bilbao, Lione e tante altre “come eravamo” potran esibire lucenti bacheche trasudanti storia prima d’arrendersi al petroldollaro. Prima al calciomercato, poi in campo. La ricca Inter di Moratti (oh, ma allora c’è qualcuno più ricco di Creso!) ha assaggiato l’amaro del Qatar vedendosi scippar  Leonardo, il Malaga dopo un avvio di shopping più che discreto per chi sinora vagava fra Liga e segunda (il vecchio Van Nistelrooy, Nacho Monreal , Diego Buonanotte, Mathijsen, Toulalan, Joaquin) adesso fa spalla a spalla con Chelsea e Milan per “el  flaco” Pastore. Biglietto d'ingresso 50 testoni, dice Zamparini. Tacendo del Man City -su cui i giornali han già riversato danubi d’inchiostro- ed in attesa che anche il Getafe dubaiano (dovendo sceglier fra la banlieue di Madrid e la quarta città d’Italia, fra la casacca più gloriosa del mondo ed un club senza passato né storia, quelli di Emirates han virato lontano da Cairo e dall’Italia: ad un paese meno assuefatto alla legge del piano inclinato questo darebbe da pensare ) muova passi degni del petrolio che rappresenta, il carburante del calcio che verrà  sembra essere il petrolio.
L’apripista Gheddafi,  azionista Juve da decenni , si morde le mani. Marotta e Paratici anche: senza i balordi di Bengasi o le bombe di Sarkozy,  il Kun Aguero, Alexis Sanchez, Ratoncito Zarate, Mimmo Criscito, El Apache Tevez, Marek Hamsik e Mirko Vucinic sarebbero già a Vinovo.

lunedì 4 luglio 2011

NON C'E' ROSA SENZA SPINE



Impeccabile corsivo di Sconcerti ieri su Corsera che riprende una delle noti più dolenti del pallone nostrano, parziale argomento anche del mio pezzo odierno su Tribuna nel quale ci chiediamo come si potrà convincer parte della rosa in esubero a lasciare Novara (centro d’allenamento modernissimo e confortevole, società modello con stipendi puntuali ogni mese, piazza tranquilla e perfettamente dislocata a pochi km da Milano e Malpensa) a favore di realtà periferiche, turbolente, in ambasce finanziarie e dal poco limpido futuro. Strana la vita: se una volta il dramma era convincer i giocatori a venir fra le risaie, oggi il dilemma è come persuaderli a salutarle…
Accantonato il caso del Novara (in fondo una di quelle che stan meglio, se pensiamo che c’è chi arriva a 4 dozzine di effettivi in rosa ed ancora sonda freneticamente il mercato a caccia di truppa), proviamo ad analizzare alcune anomalie degli ultimi giorni di mercato:
1)      il Palermo di Zamparini–sì quello dei 61 giocatori a libro paga, per tacer degli allenatori-negli ultimi due giorni prima presta al Novara l’argentino 23 enne Santiago Garcia (terzino sinistro arrivato un anno fa, solo 3 scampoli di partita in rosanero), poi acquisisce dal Defensor un altro mancino, stesso ruolo ed anagrafe, tale Lores Varela. Controsenso o semplice ragionamento “Comprarne dieci per rivenderne uno caro. Beh, per scoprire un Pastore devi prender anche un paio di Bertolo. Ma in fondo che ti frega, chè gli zeri dell’assegno di Roman copron tutto e ce n’è d’avanzo”?
2)      Il Milan ha rifirmato Ignazio Abate a 2 milioni di euro netti a stagione (fonte Gasport). Nulla da dire sul fatto che il biondo figlio dell’ex numero dodici interista abbia disputato una eccellente stagione ma…se Abate costa al Milan 4 milioni a campionato, come sperare che un Pastore (più volte indicato da radiomercato come obiettivo segreto di Zio Fester) non mandi il famelico Simonian in Via Turati con una richiesta almeno tripla?
3)      I prestiti e le comproprietà. Le seconde esistono solo in Italia e nel fine settimana delle risoluzioni hanno messo a nudo le incongruenze del calcio nostrano. Gaetano D’Agostino valeva 55mila euro per la Fiorentina, 110mila per l’Udinese. Venti: i milioni che la Juve era disposta a spender per il giovanotto due estati fa. Pozzo non sa che farsene, radiomercato oggi lo dà al Bologna o al Siena: pur di liberarsene insomma….Capitolo prestiti: non mi dilungherò, limitandomi a trovar molto saggia la norma vigente in Spagna. Il prestato non può essere schierato nelle due partite di campionato nelle quali si troverebbe a far dispetto al prestante: si evitano sospetti, malignità e cattivi pensieri. Decisamente non è roba per l’Italia


venerdì 1 luglio 2011

LOBBY, SIR?



Icone sparse fra stampa, radio e televisione di Luigi Bisignani, star dell’inchiesta P4: venditore di fumo, intrallazzatore nato, procacciatore di poltrone per i propri assisititi, amico di tutti, lobbista, sempre con un cellulare in mano ed un altro pronto a squillare sotto la giacca, baciato da protezioni e liaisons sconfinate, guru della raccomandazione, pilota di manovre sottotraccia e cartografo del potere, abile tessitore di trame ed ancor più eccellente maneggiatore di denaro e situazioni.
Per dar la procura (o pure due, caso Maicon docet...) ad uno così, i calciatori avrebbero fatto la fila. Oh, ma tranquilli lì a Formentera e Porto Cervo: prima o poi esce.

Come si comporterà il Novara in serie A?